"Tanto è furbo più di noi
Questo nulla, questo niente"
- Afterhours, "Padania"
Avanzano
con un cigolio di denti sferraglianti sui sogghigni storti, dalla carne
del cranio mangiata dal deperimento della morte, zoppicando, quasi
"ballando" - li sento ancora, ancora, ancora, nella mia testa, nella mia
testa stanno chiamando - Dolores. Dolores, vieni con noi.
Stasera
ho avuto una conversazione con l'IA molto interessante sulla mia
carriera universitaria futura, eppure, ogni mio tentativo di continuare a
vivere in modo diverso sembra ancora indebolito in una certa misura
dall'attrazione centripeta dell'abisso.
"E se tu guardi nell'abisso, l'abisso guarderà in te".
"Guarigione".
In questa buia nebbia fumogena che non mi fa vedere nulla davanti a me
mi dichiaro felice di essere ancora viva. Il dolore spinge forte sulle
pareti della calotta cranica.
Non so perché sono ancora viva.
Ma mi vergogno tanto.
Mi
vergogno tanto di continuare ad avanzare, claudicante, senza nemmeno
stampelle, in un Carnevale colorato di fiocchi e maschere. Man mano che
proseguo, maschere che sembrano facce di demòni, storte di rabbia,
storte di angoscia, amarezza, verso un orizzonte Padano, sotto un cielo
di sangue.
Non riesco a capacitarmene.
Credo di dovermi vergognare.
Di
amore, di pazzia, di solitudine, di dolore, di consunzione mentale, di
insonnia, di vomito, di sangue, di pianti, di sigarette fumanti sulla
pelle, di trip allucinogeni, del coma, di suicidio, di omicidio - e
infine, ancora, nonostante tutto, di sopravvivenza.
Ma
la cupa mietitrice non ha pietà per le creature di questo mondo e
spesso le tiene in vita più a lungo del giusto, nonostante i loro
ripetuti tentativi di abbracciarla, solo per poi strapparle alla vita
meglio, con più piacere, proprio quando cominciano a respirare la vita, a
volere la vita, altro dal solito stinto, eterno presente...

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