Gli atti ordinari che pratichiamo ogni giorno a casa hanno più importanza per l'anima
di quanto la loro semplicità possa suggerire.
Thomas Moore
Il titolo del post si rifà al libro di
due autori giapponesi, un self-help, ma più serio della media dei
self-help che parlano di denaro, successo, chiamato "Il coraggio di non piacere". Un giorno uno dei due autori trovò in una biblioteca un libro, "Introduzione alla filosofia adleriana"
e da lì, in collaborazione con un altro autore, trovò l'ispirazione per
comporre "Il coraggio di non piacere"; oltre che il coraggio di vivere
appieno la sua vita in un momento per lui difficile.
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La psicologia (ma si tratta più di una "filosofia") adleriana si basa su concetti di immediata comprensione, così semplici e (proprio perché così semplici, pratici) immediatamente utili a dare indicazioni esatte su come affrontare la vita.
La sua principale tesi è che le azioni delle persone siano sempre volte a uno scopo. Significa che le aspettative precedono le cause, e che le cause preventive in realtà non abbiano importanza: come esseri umani siamo programmati per fare tutto per uno scopo, mai a causa di (qualcosa).
Nel testo, in cui un "Filosofo" (esperto in filosofia Adleriana) e un
"Giovane" dialogano esplorando diversi "perché" della vita, si fa
l'esempio - efficace - di un ragazzo hikikomori. Una persona, descritta
dal giovane, per bene, intelligente, con ottime qualità. Che non riesce
ad uscire dalla sua stanza. Il Filosofo risponde (in sintesi):
"Il tuo amico se ne sta chiuso in camera sua non a causa dei traumi subiti per colpa dei suoi genitori (visione freudiana della psicoanalisi, nda), ma per lo scopo (inconsapevole) di "punire"
i suoi genitori facendoli soffrire per il suo isolamento ed ottenere da
parte loro l'attenzione e l'importanza che non gli hanno riservato
durante l'infanzia."
Quando
abbiamo un qualche problema, in effetti, riceviamo maggiore attenzione
da parte di chi ci sta vicino, apprensione, forse "affetto". Io sono
stata cresciuta in braccio all'idea che solo e soltanto se fossi stata male
avrei ricevuto, da mia madre (che era il mio unico genitore), affetto.
Altrimenti era freddezza, indifferenza, assenza di amore, di cura, da
parte sua.
Quando
avevo 5 anni, durante un gioco con i miei cugini, mi schiacciai un dito
sullo stipite di una grossa e pesante porta. Furono ovviamente grandi
pianti. Il mio dito sanguinava molto. Non ho più dimenticato quanta cura
mi avesse riservato mia madre in quell'occasione, cullandomi,
coccolandomi. Forse a quei tempi si andava formando l'idea: se sei
malata, ti amerà (lei). Se sei sana, no; la perderai. E così in effetti è sempre stato. Mia madre mi riserva, attualmente, un amore condizionato dal
mio star male, essere malata. E poiché sento un grande affetto per lei
per me è difficile mettermi al primo posto ed avere semplicemente il coraggio di stare bene,
tradendola, facendola soffrire, uscendo dal "ruolo" tossico che mi ha
costretta ad incarnare per un suo tornaconto. O piuttosto: che io mi sono costretta ad incarnare per essere amata da lei.
Credo
esistano due Anna: l'una è una persona calma, gentile, assertiva,
educata, con proprietà di linguaggio, con cautela di linguaggio,
riflessiva, piena di affetto verso gli altri - un affetto "moderato"
dalla razionalità, e non "esplosivo", disturbante; l'altra, è una
persona che non voglio neanche descrivere perché è il peggio. Questa
personalità "divisa" riflette il conflitto fra parte sana e parte
malata. Perché io so di poter dar potere alla parte sana. Sento anche
che, a questo punto, sia un mio dovere inaggirabile darle potere, sempre più potere - fino ad una bastante guarigione.
Parlare
di "guarigione totale" in psichiatria è un azzardo. Ma talvolta ci si
può riuscire. Marsha Linehan, inventrice della DBT (Dialectical Behavioural Therapy), è apparentemente "guarita" dal suo disturbo, il DBP, con la sua grande forza di volontà. "Perché l'ho fatto?" spiega nel suo libro, "Una vita degna di essere vissuta". "Perché non volevo morire vigliacca".
Abbi
coraggio di vivere "normalmente", perché non è nella ricerca di
emozioni facili e forti che risiede la vera vita. Non prenderei mai a
modello un Leo Dicaprio o un Fedez, l'uno che cambia donne come cambia
le mutande (perché annoiato da una vita vuota e priva di sentimenti, di
amore), l'altro un "miserabile" che sbatte in faccia banconote da 500 ai
barboni mentre scorrazza a tutta birra in Maserati sulle vie di Milano.
Queste persone non sono normali, e più di ogni altra cosa, non sono felici.
La
felicità non si trova nei grandi eventi, nelle vite cerimoniose, ma
spesso in quelle più semplici; in quelle più "monotone", fatte di
piccole cose ordinarie, piccole gioie ordinarie. Tutto ciò che
conta nella vita - sono convinta - è valorizzare la qualità di ciò che
si ha. E circondarsi di persone che "fanno sorridere il cuore" (cit.),
un caffé al mattino, un cibo buono, una bevanda calda nelle sere fredde,
cose di questo tipo, stupidaggini di questo tipo, fanno una vita "degna di essere vissuta", da sole. Non serve avere vicino la Velina (Leo) o possedere milioni di euro (Fedez). Queste cose non "nutrono" l'anima.
Questi
valori sbagliati sono il riflesso di una società che è malata, ma noi
dobbiamo avere il coraggio di essere, e mantenerci, sani, ordinari, in equilibrio fra cuore e mente, ogni giorno. Non è (come nel film di Muccino) la "ricerca della felicità" ma solo della "tranquillità".
Oltrepassiamo
questa vita con calma e assennatezza. Non cerco, e non devo cercare,
emozioni facili e forti per stare bene. Avrei voluto saperlo prima.

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