Volevo parlare del motivo per cui ho deciso di esprimere chiaramente e senza remore, nel titolo, di soffrire di una patologia psichiatrica come il DBP. La
ragione è che, anche se per la maggior parte della gente essere
"malati" (psichici, mentali, disturbati, quel che volete...) è solo una
vergogna, portando spesso - al di là di ogni altro fattore in gioco - ad
un evitamento da parte degli altri, a un'esclusione da parte degli
altri dovuta alle più vaste motivazioni... per me soffrire di una
malattia mentale (o di un disturbo della personalità) non è, e non sarà
mai, una vergogna. Ma solo un "fatto". Pure di scarsa importanza.
Non è ancora contemplato nella moda dei rivoluzionari manifestanti lottare per i diritti di chi sta male psicologicamente. Chi agisce "sbandato" dalla malattia viene ancora ritenuto pienamente responsabile
del suo "sbandato" comportamento e giudicato con lo stesso metro di
giudizio che si userebbe con un "sano"; perciò viene tacciato di stupidità, cattiveria, e altro.
Forse verrà un tempo (felice) in cui cominceremo a sentirci liberi di parlarne. In futuro.
Personalmente
vedo il mio disturbo come un "difetto", parte congenito, parte dovuto
alle esperienze di vita, che so di dovermi impegnare a risolvere o
limitare, ma non mi sento "impedita" in questo, in senso lato.
Non
avrei sennò scelto consapevolmente di continuare con l'università,
nonostante lo scetticismo di addetti ai lavori e psicologa.
(Quest'ultima temeva che mi causasse ansia e stress eccessivi).
La distinzione fra "sano" e "malato" è molto fioca, sbiadita, anche se per la medicina ufficiale un criterio distintivo c'è. Ed è quanto (in che misura) un "disturbo" - la presenza di uno o più disturbi sembra in tutti i casi inevitabile,
in ciascuna persona del mondo - inficia la sfera sociale, lavorativa,
interpersonale, quotidiana, di una persona. Un "malato mentale" a
differenza di un "sano", semplicemente non ce la fa a tener
dietro alle cose che per una persona sana sono facili o poco
impegnative: tenere in ordine se stessi e la casa, per esempio; avere
costanza nelle proprie responsabilità; avere e mantenere amicizie con
cui passare il tempo; e altro.
Si
dichiara "guarito" il malato che riesce, con le cure giuste, a
sostenere tutti questi aspetti della vita con successo e senza lo sforzo
che prima comportavano per lui.
Vorrei
approfondire il discorso circa le "limitazioni della patologia
psichiatrica" relativamente a ciò a cui ho già accennato: la scelta di proseguire gli studi nonostante qualche recente scoraggiato tentennamento.
Credo
che non ci sia nessun problema nel proseguire il mio percorso
accademico, senza ansie e malesseri, ma con la giusta tranquillità, e
con i miei tempi, pur essendo malata. Credo di essere - nonostante tutto
- abbastanza "sana" e abbastanza "sveglia" da arrivare, prima o dopo,
alla laurea. Ci sono molte persone "instabili" persino più di me che non sanno di esserlo (malate)
solo perché non si sono mai fatte controllare da un medico psichiatra. E
costoro non hanno bisogno per forza di iscriversi ad un'Università
farlocca (telematica) per farsi regalare la laurea. Li trovi comunemente e tranquillamente nelle aule delle normali Università pubbliche.
Il film "A beautiful mind", incentrato su John Nash, premio Nobel per la fisica, che illustra proprio il suo percorso come docente (neppure studente)
universitario e il suo amore per una sua brillante studentessa, si
sofferma - o meglio: si incentra - sul suo "piccolo problema" di schizofrenia in
primis. Nash vedeva una "presenza" inesistente nella stanza, un uomo.
Era un'allucinazione che lo colpiva in qualunque momento della sua
giornata, inaspettatamente. Ad una conferenza, con l'umiltà che solo le
"belle e grandi menti" hanno, ne parlò schiettamente: parlò anche di
come aveva, a suo modo, "risolto" un problema nei fatti irrisolvibile: sapeva che l'uomo fosse lì, lo vedeva distintamente, ma sapeva anche che non esistesse davvero; e poteva integrare entrambe le consapevolezze mantenendo la calma. (Altra accezione del suo essere geniale).
Secondo
E. Fromm, chi si ammala gravemente di una patologia mentale in genere
ha una marcia in più - e non in meno - degli altri. Ne spiega anche le
ragioni: la patologia mentale essenzialmente sarebbe, secondo lui, una
sorta di reazione all'Assurdo camussiano, all'Assurdo della vita. I
malati mentali, gravi, così come quelli che cadono in dipendenze come
l'alcool e la droga, non si accontentano delle soluzioni convenzionali
("il senso della mia vita è..." il denaro. La carriera. La religione. La
bellezza. La cultura. Il sesso. ecc.) ma vanno in cerca della Verità,
nella loro testa, unica sulla vita. Perciò, siccome qualcosa del genere è
inconcepibile dal cervello umano, in poche parole perdono l'equilibrio e
"impazziscono".
Ma questo non pregiudica la loro intelligenza. (Nash è un esempio).
Una persona malata mentalmente non è (per forza; anzi, quasi mai) "scema".
Questo i "cosiddetti sani" e i NP non diagnosticati non riusciranno
facilmente a capirlo (per aridità di cuore e/o limitatezza di orizzonti
mentali). Dall'Ufficio Inclusione mi hanno sollevato tutti quei "dubbi",
facendomi anche del male gratuitamente, per mera e semplice ignoranza, o pure stupidità (loro). Non serve per forza chissà che intelligenza per studiare all'università, fra le altre cose.
Il funzionamento di un cervello "malato" è diverso da quello di uno "sano", ma questa diversità non riguarda le capacità e le prestazioni intellettuali o cognitive.
(Lo stesso vale per gli Asperger o gli Autistici ad alto
funzionamento). Con il giusto impegno, otterrò quello che ottiene un
qualsiasi studente. Non ho intenzione di considerare un "handicap insormontabile" la mia poca serenità psicologica.


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