Eros e Thanatos.
Dei miei ho preso entrambe le caratteristiche somatiche e caratteriali in un equilibrio quasi perfetto. 50/50.
La
pelle chiara e i lineamenti dolci da parte materna. Il naso importante e
gli occhi grandi, a mandorla, e scurissimi, da parte paterna. La
gestualità, e quegli "occhi a mezz'asta" perennemente fissi in alto, da
mio padre; il sollevare il mignolo quando bevo il caffè da mia madre.
L'istrionismo e l'amore per la chimica da mio padre; la gentilezza e il
poco coraggio da mia madre.
Per
tanto tempo mi sono pensata una "figlia dell'odio" più che dell'amore
che univa i miei. Poiché quando divorziarono in una grande sala di
tribunale crescevo ancora come feto. Forse mi feci carico ingiustamente
di quella responsabilità da sempre: portare sulle mie spalle il peso del loro odio, incarnare il loro reciproco odio.
Ma lasciando stare le questioni strettamente personali.
In Psicoanalisi dell'amore,
(saggio importantissimo per chiunque voglia sanare se stesso, anche se
non è -di certo- un self-help), Fromm connota la necrofilia come amore
per le cose inerti, morte (il computer e i dispositivi elettronici, la
"realtà virtuale", sono un esempio), la descrisse come Freud descrisse
l'Istinto di morte (Thanatos) che opponendosi a quello creativo della
vita (Eros) calibrava la psiche di ogni individuo, portando alla
distruzione o autodistruzione.
Thanatos si manifesta tutte le volte che ci facciamo del male.
Tutte
le "spinte" che volgono alla morte, anche il gesto del fumare, la
manifestazione della sofferenza in sé (non possiamo evitare il dolore;
possiamo calibrare però quanto e come e per cosa soffrire), sono
"peccati" che si rifanno a questo "istinto di morte" che è un desiderio
intrinseco di ogni essere vivente di tornare allo stato di inerzia
pre-natale (che vuol dire anche assenza di dolore), al calore
rassicurante del grembo materno. Quindi a uno stato di morte di fatto.
"Memento mori" - è una massima necrofila.
Il
nostro cervello è una macchina molto potente - anche quando ci pare un
po' svuotata di benzina. Fino a quando siamo giovani (anagraficamente)
la morte non ci tange. Differentemente da vecchi si verificano diversi
fenomeni. Ho potuto osservarli con i miei occhi. In sostanza, in favore
di una "disperata" fuga dalla morte, un anziano può illudersi che
"ringiovanendo" (migliorando) il corpo, scongiurerà anche la fine. E'
così che molti anziani cadono in anoressia, diventano pieni di vita,
quasi "isterici" di vita, salutistici al punto da considerare "nocivo"
anche un caffè al giorno, o una candela profumata accesa (attenzione:
sprigiona sostanze cancerogene!); o si riempiono la faccia di botox
fino, anche, in certi casi, a sfigurarsela.
La
paura della morte è implacabile. Dove c'è lei, non ci siamo noi, dove
noi siamo, lei non deve esserci (e questo non è ottimismo, Epicuro).
Passiamo
gran parte della nostra vita a nutrire la morte per poi spaventarci
quando la vediamo comparire in fondo alla strada. Vade retro!
Ma
questi anziani che si ammalano di anoressia od ortoressia o quel che è,
in effetti, in gioventù sono state sempre persone sane ed innamorate
della vita. Arrivando prossimi alla morte, tanto è stato il loro
attaccamento ed il loro amore per la vita, sono così spaventati da essa
che impazziscono.
Per
una come me che sin da giovane è sempre stata un po' "morta", presa in
trappola da odio e solitudine, la morte non procura nessuna paura
particolare. Somiglia alla preghiera preferita di mia madre (Anch'ella
necrofila)
L'eterno riposo
dona a loro, O Signore
Splenda ad essi la Luce perpetua
Riposino in pace
Mi è sempre piaciuta quella poesia di Lorca in memoria di un amico defunto che terminava: "Dormi, Ignazio. Riposa. Muore anche il mare".
Rappresenta solo un "riposo" effettivo. Credo che per molti morti-viventi morire ad un certo punto sia solo un sollievo.
Sono
i vivi a soffrire così tanto al pensiero della morte. Quelli che in
vita loro hanno sempre coltivato ciò che c'era di "vivo" e "produttivo":
l'amore, la nascita, la cura.
Io
da adepta di Thanatos - priva di cuore, col cuore morto, assassinato
sul nascere - ho incontrato - succede spesso - un adepto di Eros.
Non
sono servita a nulla al mio più caro amico. Nonostante abbia sempre
voluto, non sono mai riuscita a salvarlo. Come lui non è riuscito a
salvare me.
Ho
davvero teso ogni fibra del mio cuore a quell'intento. Ma una persona
"morta" sin dall'infanzia è "morta" per tutta la vita. Lasciamo ai
cattolici e a Sia la convinzione che "l'amore resusciti" (un suo pezzo
si intitola: "Love me back to life". Oh, Sia - autrice di capolavori cinematografici dell'abilismo come il film "Music" -... Avessi una minima, pallidissima, trasparente, fumogena, aleatoria esperienza o fantasia di cosa significhi morte o solo sofferenza, te.)
L'amore non salva - forse, come qualcuno cantava, "non esiste" nemmeno:
L'amore non esiste, è un cliché di situazioni
Tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
Finché il muro di parole che hanno eretto
Resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L'amore non esiste è l'effetto prorompente
Di dottrine moraliste sulle voglie della gente
È il più comodo rimedio alla paura
Di non essere capaci a rimanere soli
L'amore non ha casa, non ha un'orbita terrestre
Non risponde ai più banali meccanismi tra le forze,
È un assetto societario in conflitto d'interesse
L'amore non esiste
(Fabi - Silvestri - Gazze)
...
è l'effetto combinato di ossitocina e dopamina e adrenalina. Ma chimica
a parte a noi la musica salva (oggi ho ringraziato Dio per la musica)
anche perché ci fa sognare come allocchi che sia qualcosa d'altro.
Sulla stessa linea, voglio concludere con il Faber: "L'amore che strappa i capelli è perduto ormai / Non resta che qualche svogliata carezza / E un po' di tenerezza..."
("L'amore non esiste / ma eravamo insieme, io e te...")

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