Posso
quasi vedermi riflessa in quell'immenso buco di materia oscura, i miei
"progetti", i miei "piani" disintegrarsi in quel buco di materia oscura.
Avendo perso la mia sola persona la mia vita è sprofondata in quel
grande buco nero in mezzo alla dinamica danza di miliardi di stelle,
miliardi di vite che proseguono, miliardi di individui che brulicano nel
mondo: i miliardi che non sanno nemmeno della mia esistenza qui, i
tanti che ne sono a conoscenza ma non gliene frega nulla, il gruppetto
di quelli che provano odio od altro di negativo - questo coincide quasi
esattamente con quello immediatamente precedente. Non è facile non
cadere nell'errore di pensare che sia finita per sempre - la mia vita, o
meglio: le mie chances di sopravvivenza - qui dove brulica tanta
gente disinteressata, e/o impossibilitata ad amar(mi), così come mai io
potrei (riuscirei ad) amare ognuno di loro. Né vederlo né conoscerlo.
Nascosta nella mia tana, e, più di ogni altra cosa, nella mia prigione
mentale. Comunque non saprei che farmene di nulla al mondo. Ci sono
persone che non sono nate per "provare", "sentire": "Come una guerra
dove non si muore, una malattia che non ha sintomi e non ha cura, (che)
non dà dolore". (cit.) "Come se provassi amore." O come se provassi
qualcosa. Qualsiasi cosa.
Non
ho sufficiente lucidità a "sublimare" questo vuoto in un non-vuoto. Non
ho dalla mia nessun talento. Posso - al più - alzarmi e camminare. Come
Forrest Gump correva "veloce come il vento" dopo aver perso Jenny.
Pensa
positivo in un grande, sterminato buco nero. Pensa a qualcosa di
positivo - su di te, sul mondo, sulla vita, sul futuro. Prova ad amarti -
in qualche modo amati. Era la litania della psicoanalista. "Amati". Non
mi hanno insegnato niente di niente questi ultimi quattro anni (a
fronte di 27 precedenti di odio, rifiuti, violenza, lavaggio del
cervello, traumi, isolamento e molestie)? Temo di no. Cosa vuoi salvare
quando tu ormai non ci vuoi più provare?
"Rispondi alla mia domanda", disse il dottorino. "Non vuoi vivere, o non vuoi vivere così?"
Parte l'ennesima dissociazione mentale (parziale). Il muro ad isolare dall'impatto emotivo.
Sposta
lo sguardo nel vuoto. Il suo cervello non riesce a formulare, davanti
ad una domanda del genere, alcun pensiero o riflessione sul "perché"
della domanda stessa. (Eppure è lapalissiano). Ma cerca di rispondere
con la massima sincerità. "Non voglio vivere" risponde.
Ma
questo "non-volere" non si può coniugare nei termini di un dolore
troppo profondo e troppo trascinato nel tempo - non riesco, quantomeno,
a... -, ma semmai in quelli di una paura troppo cocciuta che ha disposto
le carte per questo genere di rifiuto-per-la-vita che ormai ad una
valutazione attuale dei dati sembrerebbe di impossibile - o molto
difficile... - rimedio.
Sono di coccio. Quindi cammino. Senza mèta. Non so far altro (non so che altro fare).

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