domenica 16 novembre 2025

Un discorso sulla violenza

... sì, siamo crudeli con noi stessi. Ma nella stessa esatta misura in cui siamo spietati con noi stessi, lo siamo con gli altri. Non abbiamo sempre un modo così "eclatante" per dimostrare la nostra bassezza, la nostra violenza - come nel caso di un pugno in faccia, un ceffone, un dito spezzato.


Io penso che la peggior forma di castigo che si possa infliggere a un essere umano è "incatenarlo" in uno stanzino buio. Uno stanzino buio entro il quale rimbombano voci, voci assordanti che ripetono come martellate nelle orecchie i peggiori insulti. Gli insulti che ricevi diventano echi, diventano parte di te, se durano a lungo e se iniziano molto presto. 

Non sarò mai una femminista "moderna" perché non tollererò mai il "privilegio" di cui le donne oggi beneficiano solo perché sono (strutturalmente) più leste con la lingua che con le mani. La lingua, si dice del resto, ferisce più della spada. 

Non è solo la sindrome dell'impostore, l'impotenza appresa... ecc. ecc., che ci tiene incatenati nello stanzino buio. Le molestie ("verbali") cambiano il nostro DNA e i traumi psicologici possono essere ereditariamente trasmessi (dice la scienza). E' insomma un tipo di violenza che attraversa le generazioni. Resta intrappolata in ogni cellula.

Anche nella - sempre deprecabile - violenza fisica c'è una componente di violenza psicologica: sentirsi violati, impotenti di fronte all'aggressore. Non sono solo i lividi. E' il senso di ingiustizia, di "superamento di un confine necessariamente invalicabile" - il corpo violato, come nella violenza fisica, ancor più in quella sessuale. Quest'ultima è una forma di violenza psicologica che secondo le neuroscienze non differisce molto dalla violenza subìta nel caso del bullismo o del mobbing a lavoro, ad esempio. Lascia lo stesso marchio indelebile nella psiche, nel DNA.

Io da questo e altro sto cercando di riprendermi, e negli ultimi tempi non che sia così difficile trattenermi dallo sfasciare ulteriormente tutto con alcool e droghe. Ma perché, in ogni caso (con o senza droghe): a che serve continuare a vivere qui, così, senza collocazione al mondo?

Nel frattempo che ci penso, mi strappo una crosticina e il sangue cola sul polso.

Ora sto guardando "Risvegli" con Robin Williams e Robert De Niro in TV. Robert ha perso 30anni della sua vita da schizofrenico catatonico, poi guarito da Williams (nella parte di un neurologo). Riesco ad immedesimarmi in lui. Seguire con attenzione il film significherebbe darmi una carezza e permettermi qualcosa che mi farebbe stare bene. 

Ma preferisco fumare una sigaretta cancerogena o bere un bicchiere di vino (cancerogeno).

Più in grande si applica a tutti i contesti e a tutte le situazioni: mi impedisco di farmi del bene perché di bene non me ne voglio.

Non mi sento sperduta in una vita sprecata. Guardo la pioggia e la nebbia di metà novembre e non mi sovviene nessun pensiero. Finché non sono del tutto sola, non ha senso disperarsi. Gli antidepressivi faranno effetto nel giro di una settimana ancora.

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