Quando ero ragazza mandavano in TV uno
spot Vodafone basato su una canzone sdolcinatissima, indo-americana.
Ricordo di averlo dedicato alla mia amica di allora. Faceva così:
The little things you do for me
and nobody else makes me feel good
The little things you do for me
Making me smile
And no one else could
That's why
I like to seat next to you
And hear your mad stories
I know they're not true
And I like to share
A secret or two
Together
(A memoria)
Stasera
la vado a mettere, con i miei 32 anni, provando un po' di compassione -
la stessa che si prova per le cose dell'infanzia, se non è imbarazzo
vero e proprio -, e guardando quelle immagini di "amore splendido, idilliaco" del video ufficiale, da telenovela turca, sentivo "schifo, schifo". O forse me lo sono immaginata.
In
ogni caso ho un cuore cementificato da tanti di quegli strati di
amarezza che nemmeno il titanio più può spaccarlo. Passato il
disincanto, resta tanto dolore che cerco di non notare.
Provo
ad immaginare una versione di me che si potrebbe amare. Ma quella non
sarebbe il cliché de "la versione migliore di me stessa" - sarebbe
proprio un'altra persona.
Una
versione di me che si potrebbe amare. O che una specifica persona
potrebbe amare. Le corro dietro da una vita, a quell'immagine di
"sanità" e "amabilità". Ma forse non sono io. Forse quel "noi" era un
sogno.
Il traguardo è come l'oceano di Papillon (1973), dal quale però non si esce vivi con le noci di cocco.
Non ci arriverò mai. (Certo non dondolata dalle onde degli algoritmi.)
Non
sapevo fosse l'ultima volta, quella (almeno nella realtà, non nei
sogni). Non sappiamo mai quando è l'ultima volta. Forse è proprio quando
ci sembra d'essere "nel mezzo di..." che cala il sipario.

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