giovedì 27 novembre 2025

Molestie di genere


Ero molto giovane, solo poco più che una bambina - 16 anni... forse 17? - quando sono finita nell'occhio del ciclone di un fenomeno di cyberbullismo e cyberharrassment (maltrattamenti virtuali, compresi di accessi non autorizzati ai miei account, fortunatamente - sembra - non doxxing), che dal virtuale ha inficiato anche la vita quotidiana. Che mi sia ammalata, proprio in quel periodo, è stato un terreno fertile perché gli stalker spuntassero come funghi anche nel paesino di campagna di contadini zoticoni in cui vivevo, li avevo direttamente uscita dalla porta di casa. Arrivavano al punto di negarmi una casa, un contratto di affitto, per puro e semplice odio misogino.

Nel 2020, pieno periodo covid, un balordo usò il mio numero per aggiungermi a un gruppo strano su Whatsapp in cui la gente delirava chissà cosa, mandandomi anche dei video che non ho nemmeno capito. Ho bloccato i gruppi e i numeri. Tolto il dente tolto il malanno? Uhm. Perché in realtà gli accessi non autorizzati da hacker e cracker (tutti uomini; qualcuno che identificavo via via sui social si "fingeva" donna) che rubavano i miei dati personali come password, indirizzi, numero di telefono, continuarono a lungo, e più mi rivolgevo a fantomatici "tecnici" per riparare le falle del mio PC, sia tecniche che di infiltrazione illegale di stalker, più in realtà, come donna, preda perfetta per la sua vulnerabilità in quanto psicologicamente segnata per di più, ero a rischio - non solo perché questi (scusate la volgarità) figli di una grandissima puttana rubavano i miei dati personali, ma anche perché il loro livello di lordura morale poteva spingersi fino al punto di inserire loro degli spyware (software spia) nel mio computer.

Questo lo verificò un amico (al tempo) anch'egli tecnico informatico, che diede un'occhiata al mio PC gratuitamente. Il tecnico che mi aveva "controllato" il PC l'ultima volta era di una località vicina e aveva chiesto 200 euro (sì) per un controllo del sistema, assicurandomi con quel fare pomposo e istrionico che solo le menti più di basso fondo, ignoranti e perverse, sanno sfoggiare, che "Adesso è tutto a posto, il PC è completamente ripulito". Mentalità mafiosa. Da denuncia penale, ma non lo denunciò nessuno perché la filosofia a casa mia è sempre stata "Lascia correre, fa finta di nulla".

E' da allora che non mi rivolgo più a nessuno del settore. Se il mio computer dovesse smettere di funzionare, puntatina in discarica e addio per sempre.

La cyberfobia (paura di Internet e dei dispositivi elettronici) ha radici molto antiche nella mia psiche, e questi poveri, maladattati stronzi da 104 hanno gettato benzina sul fuoco del mio malessere, chiaramente costituendo una "rete" di pettegolezzi, molestie e maldicenze che si estese ben oltre il quartierino, nella vita reale.

Per fortuna sembra abbiano col tempo mollato l'osso e si siano dedicati interamente ad altro di più stimolante - tipo i porno o i videogames, o le droghe, o la masturbazione compulsiva, o il forum degli Incel, o non so - e non voglio sapere - cos'altro.

Provo fatica ad accendere il PC - continuo saltuariamente a guardare il telefono, ma mi distanzio anche da esso -, perché non è stato esattamente piacevole crescere in queste condizioni. Per forza di cose ho sviluppato un DPTS, poi fattosi Cronico con esperienze ugualmente pessime con medici disumani (ricordiamo che anche Mengele, ai suoi tempi, era un medico), bulli e persone da schifo anche nel "reale" - non implicate nel cyberstalking e nel cyberbullismo.

"Voi della sanità pubblica siete la feccia della feccia", mi lasciai scappare sibillina una volta, chiaramente scatenando ulteriore furia, odio e menzogne denigratorie nell'ambiente. Qui lo scrivo e qui non lo nego.

In tutti questi anni mi sono salvata leggendo. Fra le vittime di abuso continuativo è uno schema di coping molto comune, l'iper-razionalizzazione - cioè a dire: vuoi comprendere il perché del male, più che disprezzarlo. E' così che, rimestando nella mente concetti come "stigma", "capro espiatorio", "schadenfreude", "molestie morali", "misoginia", "violenza di genere", e "linguaggio del corpo", ho tirato avanti in un mondo simile a una sconfinata formula matematica, un enigma da risolvere, un'equazione che non sarei mai riuscita a svolgere: perché mi tormentano, se è tutto vero o immaginario, perché io non riesco a rialzarmi e perché anche chi dovrebbe aiutarmi (dottore, mi dai la medicina magica?) finisce per violentarmi e farmi del male.

Avrei dovuto diventare misantropica, o misandrica? Ma non è nella mia natura - ingenua, infantile, forse davvero "sciocca"; o semplicemente i miei occhi non vogliono vedere il male della mia vita perché c'è il rischio mi sommerga, mi risucchi, come un grande buco nero.

Quando il dolore è veramente troppo, non lo senti più; anestetizzarsi non provando più nessuna emozione - né dolore né gioia - (anedonia) è l'unica soluzione e in fondo, per me, va bene così. Meglio, molto meglio, di prima. Augurerei questa anestesia totale del cuore a tutte le persone che stanno male, almeno per il tempo necessario a veder davanti a sé la "realtà" e non un quadro di cartone. (Perché guardando il cielo, le strade, le auto, gli alberi, il fiume, tutto sembra, ai miei occhi, plastificato, mummificato, artificiale...)

 

martedì 25 novembre 2025

Tre pezzi dei Placebo

Tre pezzi dei Placebo risuonano nel mio inconscio, nelle mie orecchie 24/7.

"Pure morning" è il primo, dall'album "Without you I'm nothing". Non la ascoltavo che sporadicamente, e quando lo facevo non capivo tutti i termini o non facevo proprio caso al significato di tutti i termini. Leggendo su Spotify pezzo per pezzo il testo posso pensare di catalogarla fra i miei pezzi preferiti (così come l'album da cui è tratta...)

Gli altri due pezzi fissati nella mia memoria si intitolano "Song to say goodbye" da "Meds" e "Hang on to your IQ" da "Placebo".

Li traduco qui, perché mi toccano un po' da vicino e perché penso riflettano il modo di pensare di una fiumana di gente a cui penso di non poter aderire, anche se sarebbe bello per me approcciare una certa mentalità - dimostrare mentalmente l'età che ho.

Se solo si potesse... forse si potrebbe? No... Sì... Non so.

Ogni persona è unica nel suo genere. La musica dei Placebo continua a risvegliare qualcosa in me.

Pure morning

Un amico bisognoso è certamente un amico,
un amico con l'erba è meglio.
Un amico con le tette e tutto il resto
Un amico vestito di pelle
Un amico bisognoso è certamente un amico,
un amico che farà il cazzone è meglio,
I nostri pensieri compressi, che ci rendono benedetti
e rendono pessimi i nostri tempi

Un amico bisognoso è certamente un amico,
il mio giapponese è meglio, e
quando lei è costretta, si spoglierà e
poi raggirarla con l'astuzia,
Un amico bisognoso è certamente un amico,
Un amico che sanguina è meglio,
Il mio amico mi ha confessato che ha superato il test e
non taglieremo mai.

L'alba del giorno, pelle d'oca
Mattinata limpida

Un amico bisognoso è certamente un amico,
Un amico che farà il cazzone è meglio,
I nostri pensieri compressi, che ci rendono benedetti
e rendono pessimi i nostri tempi

Un amico bisognoso è certamente un amico,
Un amico che sanguina è meglio,
Il mio amico mi ha confessato che ha superato il test e
non taglieremo mai.

L'alba del giorno, pelle d'oca
Mattinata limpida

Un amico bisognoso è certamente un amico,
il mio giapponese è meglio, e
quando lei è costretta, si spoglierà e
poi raggirarla con l'astuzia,
Un amico bisognoso è certamente un amico,
Uno con l'erba è meglio,
Un amico con le tette e tutto il resto
Uno che si vesta in pelle

Song to say goodbye

Sei uno degli errori di Dio,
Tu che piangi, tragico spreco di pelle,
Sono ben consapevole di quanto fa male,
E ancora non mi lascerai entrare.

Ora sto sfondando la tua porta,
Per cercare di salvare la tua faccia gonfia,
Anche se non mi piaci più,
Stai mentendo, cercando di sprecare spazio.

Prima che la nostra innocenza fosse persa,
Sei sempre stato uno di quelli,
Benedetto con sette fortunati,
E la voce che mi ha fatto piangere.

Mio oh mio.

Eri figlio di madre natura,
Qualcuno con cui potrei relazionarmi,
Il tuo ago e il tuo danno fatto,
Rimane un sordido scherzo del destino.

Ora sto cercando di svegliarti,
Per strapparti dal cielo liquido,
Perché se non lo faccio finiremo entrambi
Con solo una tua canzone per dire addio.

Mio oh mio.

Una canzone per dire addio,
Una canzone per dire addio,
Una canzone per dire…

Prima che la nostra innocenza fosse persa,
Sei sempre stato uno di quelli,
Benedetto con sette fortunati,
E la voce che mi ha fatto piangere.
È una canzone per dire addio.

Hang on to your IQ

Massaggiatrice cinese
Viene tra di noi
Parla in haiku, venere di plastica
Ho le vertigini, nella tasca
ha due preservativi, due lubrificanti
e un missile d'argento

Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID
Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID

Sono solo (x4)

Ogni mattina
I miei occhi si spalancheranno
Devo farmi
Prima di uscire
Rollarne un'altra
Per colazione
Nuvole bruciano in giro
E nel mio plesso solare

Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID
Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID

Sono solo... (x4)

Gambe da undici,
Mi fanno stare sveglio fino a tardi
Due ragazze grasse sulla mia schiena
E adesso siamo a 88
Sono uno stupido, con l'arnese piccolo
È così piccolo che non è neanche un arnese

Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID
Attaccati, attaccati
Al tuo QI, al tuo ID

Sono solo... (x4)

Oh...

Pure Morning: https://share.google/gFaCsMtZerYZlcNJs
Song to say goodbye: https://share.google/gAcS36nWPb2Y66jbH
Hang on to your IQ: https://share.google/tavA2q9tnDBExMeXF

 

San Scemo

Googlando, ho scoperto che non esiste alcun Santo Protettore degli Scemi - mi ci sarei volentieri consacrata - ma che nella cittadina di Minori, in costiera amalfitana, esiste una celebrazione chiamata "Festa degli scemi" che ha luogo nella notte del 27 dicembre da mezzanotte alle cinque del mattino. 

(Scemi Uniti: prepariamoci, se è il caso acquistiamo un biglietto del treno: la fatidica data si avvicina...)

"San Scemo" viene celebrato nel modo più prevedibile nella ridente cittadina: giovani che fanno esplodere petardi rumorosi come spari di fucile, spesso in luoghi che fanno da "cassa da risonanza" ai botti (vicoli, tombini, talvolta bidoni della spazzatura). Accolta con timoroso stupore dai turisti, e (immagino) con profonda irritazione da parte di chi il giorno dopo deve lavorare, magari proprio per garantire allo "scemo" di turno un pasto caldo, la festa degli Scemi è una tradizione folkrostica di Minori che il buon senso - se ne avessimo abbastanza - eviterebbe. Sia come sia, pensavo, poveri scemi: nemmeno Dio li protegge. Anche se il popolo occasionalmente li festeggia - e l'umanità tendenzialmente vi aderisce.

Più volte mi sono domandata se fra essere malati (San Raffaele) ed essere semplicemente idioti (San Scemo di Minori) ci siano delle differenze tangibili.

In tempi di guerra (I, II) si parlava di "scemo di guerra" per connotare quelli che tornavano dal fronte affetti da quella che era a tutti gli effetti una condizione medico-psichiatrica all'epoca sconosciuta - il PTSD Cronico.



I criteri diagnostici per il Disturbo Post Traumatico da Stress Cronico c'erano tutti: compresa l'occasionale fissità di sguardo che li rendeva "imbambolati" come "fessi".

(Nota: In inglese la parola "fool", guarda caso, può voler dire "scemo" ma anche "matto" - l'inglese come lingua ha un vocabolario meno nutrito dell'italiano, c'è più ambiguità e quindi più confusione, meno nettezza di pensiero. Alcuni linguisti sostengono che la ricchezza del linguaggio sia il presupposto per una maggiore complessità di pensiero. L'Inglese ha un vocabolario più ristretto e ambiguo dell'Italiano, così come l'Italiano è una lingua meno ricca e "astratta" del Tedesco.)

La malattia mentale non inficia le capacità cognitive. Un "matto" però può facilmente passare per "scemo". Mentre un "vero scemo" (con deficit cognitivo) si illude spesso d'essere "matto" per rientrare almeno in uno stigma "più leggero", del resto... quindi... uhm?...

(In realtà, come ADHD, è una questione che mi turba solo marginalmente)

...

Oh, oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne... Che coincidenza - parlando di traumi e PTSD, intendo...


 

domenica 23 novembre 2025

Del veleno che non uccide ma ripulisce il sangue

Passa al lato oscuro, abbiamo i biscotti.
(Anonimo)

Cosa sono costretta a fare pur di sopravvivere: cancellare la mia empatia, che mi è nociva, e sostituirla con un disimpegnato disinteresse, un menefreghismo artificiale.

Far fuori il cuore e le sue preoccupazioni, far fuori ogni preoccupazione che non sia quella per le cose più superficiali della vita - che poi sono anche le più importanti, nella vita.

Allontanarmi, scappare anzi, da ogni sorta di "negatività" che possa inquinare il mio stato d'animo. Riempirmi la testa, le orecchie, il sangue di cose positive, fino a non sentire più nient'altro che un sereno, scanzonato, stupido ottimismo.

Theme d'accompagnamento:

sabato 22 novembre 2025

La Terra promessa non esiste (ancora)

"Tanto è furbo più di noi
Questo nulla, questo niente"
- Afterhours, "Padania"

Avanzano con un cigolio di denti sferraglianti sui sogghigni storti, dalla carne del cranio mangiata dal deperimento della morte, zoppicando, quasi "ballando" - li sento ancora, ancora, ancora, nella mia testa, nella mia testa stanno chiamando - Dolores. Dolores, vieni con noi.

Stasera ho avuto una conversazione con l'IA molto interessante sulla mia carriera universitaria futura, eppure, ogni mio tentativo di continuare a vivere in modo diverso sembra ancora indebolito in una certa misura dall'attrazione centripeta dell'abisso.

"E se tu guardi nell'abisso, l'abisso guarderà in te".

"Guarigione". In questa buia nebbia fumogena che non mi fa vedere nulla davanti a me mi dichiaro felice di essere ancora viva. Il dolore spinge forte sulle pareti della calotta cranica.

Non so perché sono ancora viva.
Ma mi vergogno tanto.

Mi vergogno tanto di continuare ad avanzare, claudicante, senza nemmeno stampelle, in un Carnevale colorato di fiocchi e maschere. Man mano che proseguo, maschere che sembrano facce di demòni, storte di rabbia, storte di angoscia, amarezza, verso un orizzonte Padano, sotto un cielo di sangue. 

Non riesco a capacitarmene.

Credo di dovermi vergognare.
Di amore, di pazzia, di solitudine, di dolore, di consunzione mentale, di insonnia, di vomito, di sangue, di pianti, di sigarette fumanti sulla pelle, di trip allucinogeni, del coma, di suicidio, di omicidio - e infine, ancora, nonostante tutto, di sopravvivenza.

Ma la cupa mietitrice non ha pietà per le creature di questo mondo e spesso le tiene in vita più a lungo del giusto, nonostante i loro ripetuti tentativi di abbracciarla, solo per poi strapparle alla vita meglio, con più piacere, proprio quando cominciano a respirare la vita, a volere la vita, altro dal solito stinto, eterno presente...

martedì 18 novembre 2025

Ma la Santità è plausibile?

"It's such a beautiful day"

No, non intendo precisamente "santità" alla maniera dei Papi, che la santità ce l'hanno sempre assicurata. (Sono cristiana, non cattolica, rispetto la Chiesa come istituzione - per quanto non se lo meriti tanto -, beh, se pensiamo alla Chiesa come "promulgatrice della dottrina di Cristo" sì, ma mi sembra che la parabola sia ormai discesa rasoterra al riguardo...)

E' possibile una specie di santità basata sullo "strappare via l'ego" dal proprio cuore, dalla propria mente? E non sarebbe pericolosa?

Fra tante vite di santi, ricordo quella di Santa Teresa, e la sua "piccola via", del banale, del quotidiano, del concreto.


Mi sembra di aver letto che, per virtù di un'infinita grazia e pazienza, placò l'odio e l'invidia di una sua consorella monaca. Mi è rimasto impresso nel cuore come un segno che forse, come gli alchimisti, il bene più puro che mostriamo potrebbe (se riuscissimo ad attuarlo...) trasmutare l'odio in non-odio o addirittura in benevolenza.

E' questo che ho sempre cercato di fare, qui. In fondo.

Ma l'odio resta più potente dell'amore - più pervasivo, coinvolgente... forse perché questo mondo non è di Dio, ma di Satana.

La ferita delle guerre sanguina come un diluvio su tutta l'umanità. Non c'è più molto di cui sorridere.

Sarebbe già tanto non odiare. Non aggredire. Non far del male.

Sanguiniamo tutti tanto che nemmeno tutti i panni e i crocerossini del mondo potrebbero tamponare il nostro sangue - come umanità, come singoli, come esseri esausti del dominio della crudeltà, dell'Ego. 

Perché l'Ego è la spada che ferisce sé e l'altro nella stessa misura.

L'odio è una ferita inferta più a se stessi che all'altro.

Allora sarebbe bello sognare una sorta di "santità" basata sul solo "non voler male". Non augurare male. Non provare rancore, odio, aggressività. 

Quel che si dice "pace". Nel nostro piccolo, nelle nostre piccole vite - quando la "vera" Pace mondiale è ancora lontana. Ogni giorno ed ogni momento. In ogni circostanza e con qualsiasi persona.


 

domenica 16 novembre 2025

Un discorso sulla violenza

... sì, siamo crudeli con noi stessi. Ma nella stessa esatta misura in cui siamo spietati con noi stessi, lo siamo con gli altri. Non abbiamo sempre un modo così "eclatante" per dimostrare la nostra bassezza, la nostra violenza - come nel caso di un pugno in faccia, un ceffone, un dito spezzato.


Io penso che la peggior forma di castigo che si possa infliggere a un essere umano è "incatenarlo" in uno stanzino buio. Uno stanzino buio entro il quale rimbombano voci, voci assordanti che ripetono come martellate nelle orecchie i peggiori insulti. Gli insulti che ricevi diventano echi, diventano parte di te, se durano a lungo e se iniziano molto presto. 

Non sarò mai una femminista "moderna" perché non tollererò mai il "privilegio" di cui le donne oggi beneficiano solo perché sono (strutturalmente) più leste con la lingua che con le mani. La lingua, si dice del resto, ferisce più della spada. 

Non è solo la sindrome dell'impostore, l'impotenza appresa... ecc. ecc., che ci tiene incatenati nello stanzino buio. Le molestie ("verbali") cambiano il nostro DNA e i traumi psicologici possono essere ereditariamente trasmessi (dice la scienza). E' insomma un tipo di violenza che attraversa le generazioni. Resta intrappolata in ogni cellula.

Anche nella - sempre deprecabile - violenza fisica c'è una componente di violenza psicologica: sentirsi violati, impotenti di fronte all'aggressore. Non sono solo i lividi. E' il senso di ingiustizia, di "superamento di un confine necessariamente invalicabile" - il corpo violato, come nella violenza fisica, ancor più in quella sessuale. Quest'ultima è una forma di violenza psicologica che secondo le neuroscienze non differisce molto dalla violenza subìta nel caso del bullismo o del mobbing a lavoro, ad esempio. Lascia lo stesso marchio indelebile nella psiche, nel DNA.

Io da questo e altro sto cercando di riprendermi, e negli ultimi tempi non che sia così difficile trattenermi dallo sfasciare ulteriormente tutto con alcool e droghe. Ma perché, in ogni caso (con o senza droghe): a che serve continuare a vivere qui, così, senza collocazione al mondo?

Nel frattempo che ci penso, mi strappo una crosticina e il sangue cola sul polso.

Ora sto guardando "Risvegli" con Robin Williams e Robert De Niro in TV. Robert ha perso 30anni della sua vita da schizofrenico catatonico, poi guarito da Williams (nella parte di un neurologo). Riesco ad immedesimarmi in lui. Seguire con attenzione il film significherebbe darmi una carezza e permettermi qualcosa che mi farebbe stare bene. 

Ma preferisco fumare una sigaretta cancerogena o bere un bicchiere di vino (cancerogeno).

Più in grande si applica a tutti i contesti e a tutte le situazioni: mi impedisco di farmi del bene perché di bene non me ne voglio.

Non mi sento sperduta in una vita sprecata. Guardo la pioggia e la nebbia di metà novembre e non mi sovviene nessun pensiero. Finché non sono del tutto sola, non ha senso disperarsi. Gli antidepressivi faranno effetto nel giro di una settimana ancora.

sabato 15 novembre 2025

Blu

"Erased by the light" di Miles Johnston

A che prezzo sto pagando l'affrancarmi dalla dipendenza da una droga? Con un'altra droga: il ricambio dopaminico dato dai social. 

L'ultima settimana è passata (volata via, come dodici anni volano via in un battito di ciglia) fra me che smanettavo al PC - tentando nei ritagli di tempo di seguire la lettura di Ten arguments for deleting your social media accounts right now - e X "isolato in se stesso", per via di questa mia nuova fissazione, magari intagliando qualcosa, magari andando altrove.

E così penso di star facendo qualcosa di buono per la nostra vita, ma sto solo slittando in un altro modo per renderla deprecabile e solitaria.

Dov'è il futuro? Dio, se solo ci fosse il futuro che sembrava esserci quando sono partita da lì. Non essendo cambiata se non di un millimetro, ogni giorno è illuminato dalla fioca luce bluastra dell'assenza di emozioni. Sono tinta di blu. Lacrimo nel blu, lacrime di tintura blu, indistinguibili come un gocciolare nel mare.

O forse sono diventata un robot. Non facciamone un dramma.


Povero Pavese.

Ripenso al prima in questi termini: nei termini di un villaggio stinto del biancore di un giorno fosco d'una estate fosca di scirocco. Da quel villaggio sono fuggita lasciando tutto. Ma non ho più radici né lì, né qui - non sono riuscita a metterle qui. 

Il mio cuore era sepolto in quella terra da molto prima che tentassi di lasciarla.





 

venerdì 14 novembre 2025

La migliore versione

Quando ero ragazza mandavano in TV uno spot Vodafone basato su una canzone sdolcinatissima, indo-americana. Ricordo di averlo dedicato alla mia amica di allora. Faceva così:

The little things you do for me
and nobody else makes me feel good
The little things you do for me
Making me smile
And no one else could
That's why
I like to seat next to you
And hear your mad stories
I know they're not true
And I like to share
A secret or two
Together

(A memoria)

Stasera la vado a mettere, con i miei 32 anni, provando un po' di compassione - la stessa che si prova per le cose dell'infanzia, se non è imbarazzo vero e proprio -, e guardando quelle immagini di "amore splendido, idilliaco" del video ufficiale, da telenovela turca, sentivo "schifo, schifo". O forse me lo sono immaginata. 
In ogni caso ho un cuore cementificato da tanti di quegli strati di amarezza che nemmeno il titanio più può spaccarlo. Passato il disincanto, resta tanto dolore che cerco di non notare. 
Provo ad immaginare una versione di me che si potrebbe amare. Ma quella non sarebbe il cliché de "la versione migliore di me stessa" - sarebbe proprio un'altra persona.


Una versione di me che si potrebbe amare. O che una specifica persona potrebbe amare. Le corro dietro da una vita, a quell'immagine di "sanità" e "amabilità". Ma forse non sono io. Forse quel "noi" era un sogno.

Il traguardo è come l'oceano di Papillon (1973), dal quale però non si esce vivi con le noci di cocco.

Non ci arriverò mai. (Certo non dondolata dalle onde degli algoritmi.)

Non sapevo fosse l'ultima volta, quella (almeno nella realtà, non nei sogni). Non sappiamo mai quando è l'ultima volta. Forse è proprio quando ci sembra d'essere "nel mezzo di..." che cala il sipario.


martedì 11 novembre 2025

Un autobus pieno di gente

Libertà è follia. Assenza di "confini". Solo i pazzi sono liberi. Ma sono anche soli. Nel mondo come essi lo percepiscono, privo di quei "recinti" entro i quali ci confiniamo tutti, e confiniamo tutti gli altri, vivono - scorrazzano - in libertà come agnelli nelle praterie. 

Ma non c'è davanti a loro nessuna mèta, - solo gli orizzonti ineffabili di un 'domani' che sembra ripetersi all'infinito, sempre uguale a se stesso -, accanto a loro nessun compagno, nella loro vita nessun senso. 

Ecco cos'è la libertà: la propria unicità in modo totale, ma in una vita priva di significato perché priva di "direzione", vissuta giorno dopo giorno come un eterno presente che intrappola, che talvolta angoscia, soffoca. 

Come nel mio sogno:

Viaggiare su un autobus pieno di gente, al lato finestrino, dove scorre un bel paesaggio che puoi ammirare, mentre tutti nello stesso mezzo chiacchierano, ridono, fraternizzano fra loro. La solitudine striscia nelle tue vene raffreddandoti il sangue, mentre le colline scorrono fuori dal finestrino. Devi schermarti da quella sensazione di estraneità ineluttabile.

E per farlo, ti pizzichi il braccio. Ti graffi la pelle fino a far sorgere un fiore di sangue dalla ferita. Il tuo sangue ti mostra che sei vivo. Il tuo dolore è la prova che sei vivo. Se solo riuscissi a capire quello degli altri, sapresti di essere anche "umano". Ma gli altri non sono "te". Appartengono - dice la tua testa - a tutta un'altra Specie. Non c'è comunicazione, né comprensione, né contatto, né sentimento. Sei solo. Cominci a girovagare per le strade senza meta, di una durezza in volto inscalfibile, nulla ti suscita nessuna emozione. Nessuno ti suscita altro se non paura. E di quella paura ti fai scudo, indurendoti nel cuore e nei lineamenti del viso.

Quando si è giovani, ci si preoccupa sempre di queste stupidaggini. Solo i moribondi conoscono l'orrido fiato dell'abisso. E a loro dobbiamo affidarci, con amore, con cura. Amo gli anziani. Rispetto gli anziani. Amo i moribondi. Rispetto i moribondi. 

Rispetto i morti perché volano, felici, sopra le mie praterie. Dormono, sereni, sotto le mie praterie. Sordi e ciechi al mondo, sordi e ciechi al lamento del mondo. Nessuno può smentire la loro superiorità.

lunedì 10 novembre 2025

Cambio?


Ho dentro la forza per "cominciare" ad amarmi. passo ancora le notti insonni, ancora fatico a riprendere i ritmi di una vita sana. Però ci sono alcuni cambiamenti così lampanti da non poter essere ignorati:
  • Le persone non hanno smesso "completamente" e "sempre" di farmi paura. Ma riesco a leggere questo comportamento "patologico" inquadrandolo al suo posto e delimitandolo nel suo spazio. Non inficia più di tanto le mie giornate. 
  • Io non ho smesso "del tutto" di bere. Ma nessuno chiamerebbe davvero "bere" o "esser dipendenti dall'alcool" sorseggiare una birra semi-analcolica da due gradi una volta ogni 2-3 giorni.
e questo ci porta ad altro.
  • Non ho smesso del tutto di mangiare. E non sono ancora dimagrita d'un granché. Ma credo proprio che sia questione di tempo: mangio assai meno - una volta al giorno, una piadina, un biscotto. Non ho più voglia di nutrirmi. Il cibo non mi "nutre". Mi nutrono i miei residui sogni.
  • Ho smesso con le lunghe camminate. Ma ho anche smesso di controllare le calorie e il peso, effettivamente. Con le camminate c'è sempre tempo per ricominciare. Le calorie e il controllo (quotidiano) del peso, le considero abitudini insane che è stato meglio abbandonare.
  • Non ho più intenzione di studiare. Non mi frega d'un granché di un titolo come Lingue straniere. Preferisco leggere in libertà saggi di quello che mi interessa. E proseguire nella ricerca del lavoro. Forse potrò iniziare da un'agenzia. (Ognuno ha la sua strada. Questa è la mia).
  • Non ho smesso di fumare. Fumo anzi come una turca, più di prima - e nonostante un mal di gola e d'orecchi virale che mi ha messa K.O. per due giorni. Finiti quei restanti 4 pacchetti di Marlboro è la prima cosa che farò per me stessa. Il primo "vero" gesto d'amore "immediato" per me stessa; smettere. 
  • Non ho smesso di rispondere alle chiamate "tossiche". La musichetta di Psycho come suoneria le annuncia. Sto lì a godermela un po' e poi rispondo. Con una certa tranquillità. E sapendo bene con chi sto parlando, per la prima volta. 
A Natale ci ritroveremo tutti. Avrò un goccio di vino in fondo al bicchiere. Da sorseggiare lentissimamente (come una tartaruga, una lumaca) lungo l'intera serata. O da bere in un sorso alla fine. Comunque, no ai bicchieri vuoti di alcool del tutto. Sorgerebbero pensieri molesti, beffardi. Stile "Anna si sta riprendendo dall'alcool. E' ammalata, poverina. E' in riabilitazione". No. 

Attaccheranno con "Anna mia! Stai attenta!" appena sfiorerò la bottiglia di vino - (assai) più per umiliarmi che per manifestare reale apprensione (evidentemente inopportunamente dato il contesto). Un candido sorriso a mo' di finta scusa. E il silenzio di tomba in risposta. Il tintinnare delle goccioline di vino in fondo al calice. E poi basta. Fine. Sbocconcellerò due (due) tartine di conto. Seguirò i passi della sorella, che becca il cibo come un uccellino da anoressica, esibizionista in aggiunta. Lei dovrà mangiare più di me, in quella specifica occasione. E' un imperativo categorico assoluto.


Dove mi trovo ora? Ripeto nella mia mente: qui. Dove effettivamente sono ora. Lontana mille miglia da quella casa ove rischiavo la mia incolumità ogni giorno.
E' passato? Sì, è passato. E non tornerà.

giovedì 6 novembre 2025

Parlando di vuoto (depressione spiegata)

Posso quasi vedermi riflessa in quell'immenso buco di materia oscura, i miei "progetti", i miei "piani" disintegrarsi in quel buco di materia oscura. Avendo perso la mia sola persona la mia vita è sprofondata in quel grande buco nero in mezzo alla dinamica danza di miliardi di stelle, miliardi di vite che proseguono, miliardi di individui che brulicano nel mondo: i miliardi che non sanno nemmeno della mia esistenza qui, i tanti che ne sono a conoscenza ma non gliene frega nulla, il gruppetto di quelli che provano odio od altro di negativo - questo coincide quasi esattamente con quello immediatamente precedente. Non è facile non cadere nell'errore di pensare che sia finita per sempre - la mia vita, o meglio: le mie chances di sopravvivenza - qui dove brulica tanta gente disinteressata, e/o impossibilitata ad amar(mi), così come mai io potrei (riuscirei ad) amare ognuno di loro. Né vederlo né conoscerlo. Nascosta nella mia tana, e, più di ogni altra cosa, nella mia prigione mentale. Comunque non saprei che farmene di nulla al mondo. Ci sono persone che non sono nate per "provare", "sentire": "Come una guerra dove non si muore, una malattia che non ha sintomi e non ha cura, (che) non dà dolore". (cit.) "Come se provassi amore." O come se provassi qualcosa. Qualsiasi cosa.

Non ho sufficiente lucidità a "sublimare" questo vuoto in un non-vuoto. Non ho dalla mia nessun talento. Posso - al più - alzarmi e camminare. Come Forrest Gump correva "veloce come il vento" dopo aver perso Jenny.

Pensa positivo in un grande, sterminato buco nero. Pensa a qualcosa di positivo - su di te, sul mondo, sulla vita, sul futuro. Prova ad amarti - in qualche modo amati. Era la litania della psicoanalista. "Amati". Non mi hanno insegnato niente di niente questi ultimi quattro anni (a fronte di 27 precedenti di odio, rifiuti, violenza, lavaggio del cervello, traumi, isolamento e molestie)? Temo di no. Cosa vuoi salvare quando tu ormai non ci vuoi più provare?

"Rispondi alla mia domanda", disse il dottorino. "Non vuoi vivere, o non vuoi vivere così?"
Parte l'ennesima dissociazione mentale (parziale). Il muro ad isolare dall'impatto emotivo.
Sposta lo sguardo nel vuoto. Il suo cervello non riesce a formulare, davanti ad una domanda del genere, alcun pensiero o riflessione sul "perché" della domanda stessa. (Eppure è lapalissiano). Ma cerca di rispondere con la massima sincerità. "Non voglio vivere" risponde.

Ma questo "non-volere" non si può coniugare nei termini di un dolore troppo profondo e troppo trascinato nel tempo - non riesco, quantomeno, a... -, ma semmai in quelli di una paura troppo cocciuta che ha disposto le carte per questo genere di rifiuto-per-la-vita che ormai ad una valutazione attuale dei dati sembrerebbe di impossibile - o molto difficile...  - rimedio.

Sono di coccio. Quindi cammino. Senza mèta. Non so far altro (non so che altro fare).

 



martedì 4 novembre 2025

Senza cuore

Eros e Thanatos.

Dei miei ho preso entrambe le caratteristiche somatiche e caratteriali in un equilibrio quasi perfetto. 50/50.

La pelle chiara e i lineamenti dolci da parte materna. Il naso importante e gli occhi grandi, a mandorla, e scurissimi, da parte paterna. La gestualità, e quegli "occhi a mezz'asta" perennemente fissi in alto, da mio padre; il sollevare il mignolo quando bevo il caffè da mia madre. L'istrionismo e l'amore per la chimica da mio padre; la gentilezza e il poco coraggio da mia madre.

Per tanto tempo mi sono pensata una "figlia dell'odio" più che dell'amore che univa i miei. Poiché quando divorziarono in una grande sala di tribunale crescevo ancora come feto. Forse mi feci carico ingiustamente di quella responsabilità da sempre: portare sulle mie spalle il peso del loro odio, incarnare il loro reciproco odio. 

Ma lasciando stare le questioni strettamente personali.

In Psicoanalisi dell'amore, (saggio importantissimo per chiunque voglia sanare se stesso, anche se non è -di certo- un self-help), Fromm connota la necrofilia come amore per le cose inerti, morte (il computer e i dispositivi elettronici, la "realtà virtuale", sono un esempio), la descrisse come Freud descrisse l'Istinto di morte (Thanatos) che opponendosi a quello creativo della vita (Eros) calibrava la psiche di ogni individuo, portando alla distruzione o autodistruzione.

Thanatos si manifesta tutte le volte che ci facciamo del male.
Tutte le "spinte" che volgono alla morte, anche il gesto del fumare, la manifestazione della sofferenza in sé (non possiamo evitare il dolore; possiamo calibrare però quanto e come e per cosa soffrire), sono "peccati" che si rifanno a questo "istinto di morte" che è un desiderio intrinseco di ogni essere vivente di tornare allo stato di inerzia pre-natale (che vuol dire anche assenza di dolore), al calore rassicurante del grembo materno. Quindi a uno stato di morte di fatto.

"Memento mori" - è una massima necrofila.

Il nostro cervello è una macchina molto potente - anche quando ci pare un po' svuotata di benzina. Fino a quando siamo giovani (anagraficamente) la morte non ci tange. Differentemente da vecchi si verificano diversi fenomeni. Ho potuto osservarli con i miei occhi. In sostanza, in favore di una "disperata" fuga dalla morte, un anziano può illudersi che "ringiovanendo" (migliorando) il corpo, scongiurerà anche la fine. E' così che molti anziani cadono in anoressia, diventano pieni di vita, quasi "isterici" di vita, salutistici al punto da considerare "nocivo" anche un caffè al giorno, o una candela profumata accesa (attenzione: sprigiona sostanze cancerogene!); o si riempiono la faccia di botox fino, anche, in certi casi, a sfigurarsela. 

La paura della morte è implacabile. Dove c'è lei, non ci siamo noi, dove noi siamo, lei non deve esserci (e questo non è ottimismo, Epicuro).
Passiamo gran parte della nostra vita a nutrire la morte per poi spaventarci quando la vediamo comparire in fondo alla strada. Vade retro! 

Ma questi anziani che si ammalano di anoressia od ortoressia o quel che è, in effetti, in gioventù sono state sempre persone sane ed innamorate della vita. Arrivando prossimi alla morte, tanto è stato il loro attaccamento ed il loro amore per la vita, sono così spaventati da essa che impazziscono.

Per una come me che sin da giovane è sempre stata un po' "morta", presa in trappola da odio e solitudine, la morte non procura nessuna paura particolare. Somiglia alla preghiera preferita di mia madre (Anch'ella necrofila)

L'eterno riposo
dona a loro, O Signore
Splenda ad essi la Luce perpetua
Riposino in pace

Mi è sempre piaciuta quella poesia di Lorca in memoria di un amico defunto che terminava: "Dormi, Ignazio. Riposa. Muore anche il mare".
Rappresenta solo un "riposo" effettivo. Credo che per molti morti-viventi morire ad un certo punto sia solo un sollievo.

Sono i vivi a soffrire così tanto al pensiero della morte. Quelli che in vita loro hanno sempre coltivato ciò che c'era di "vivo" e "produttivo": l'amore, la nascita, la cura.

Io da adepta di Thanatos - priva di cuore, col cuore morto, assassinato sul nascere - ho incontrato - succede spesso - un adepto di Eros.

Non sono servita a nulla al mio più caro amico. Nonostante abbia sempre voluto, non sono mai riuscita a salvarlo. Come lui non è riuscito a salvare me.

Ho davvero teso ogni fibra del mio cuore a quell'intento. Ma una persona "morta" sin dall'infanzia è "morta" per tutta la vita. Lasciamo ai cattolici e a Sia la convinzione che "l'amore resusciti" (un suo pezzo si intitola: "Love me back to life". Oh, Sia - autrice di capolavori cinematografici dell'abilismo come il film "Music" -... Avessi una minima, pallidissima, trasparente, fumogena, aleatoria esperienza o fantasia di cosa significhi morte o solo sofferenza, te.)

L'amore non salva - forse, come qualcuno cantava, "non esiste" nemmeno:

L'amore non esiste, è un cliché di situazioni
Tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
Finché il muro di parole che hanno eretto
Resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L'amore non esiste è l'effetto prorompente
Di dottrine moraliste sulle voglie della gente
È il più comodo rimedio alla paura
Di non essere capaci a rimanere soli
L'amore non ha casa, non ha un'orbita terrestre
Non risponde ai più banali meccanismi tra le forze,
È un assetto societario in conflitto d'interesse
L'amore non esiste
(Fabi - Silvestri - Gazze)

... è l'effetto combinato di ossitocina e dopamina e adrenalina. Ma chimica a parte a noi la musica salva (oggi ho ringraziato Dio per la musica) anche perché ci fa sognare come allocchi che sia qualcosa d'altro. 
Sulla stessa linea, voglio concludere con il Faber: "L'amore che strappa i capelli è perduto ormai / Non resta che qualche svogliata carezza / E un po' di tenerezza..."

("L'amore non esiste / ma eravamo insieme, io e te...")

lunedì 3 novembre 2025

L'arto fantasma

Cosa è "normale" in una società?



Ad esempio qui (come altrove) è "normale" che i ragazzi si scolino una lattina da 500 ml di birra media o doppio malto prima di entrare a scuola. E' "normale" che un comune lavoratore (impiegato) prima di andare a lavoro faccia 2-3 puntate al bar, la prima per un caffè corretto con cornetto, la seconda per un bel bicchierino di Whisky e la terza... la terza forse per la stessa birretta dello studente, che dà il tocco finale alla pre-sfacchinata.

Non tutti - nessuno - riesce più a tirare avanti senza l'alcool. Bisogna essere più che disinibiti nella propria volontà di stare bene e tenaci nella propria decisione di liberarsi di una sostanza cancerogena, killer di... un sacco di organi, per non bere neanche un po', ed è questo ciò che spetta a chi per troppi anni ha affidato all'alcool la funzione di "stampella" per ogni dramma piccolo e grande (dalla noia all'intensa depressione) delle sue giornate.

Non sono in grado di vivere con questo carico sulle spalle, ma con lui "ce la faccio", grazie a questa stampella "posso".

Ma con il tempo la stampella non è più una stampella: è un serpente che affonda i denti nella tua carne e ti inietta sempre più veleno nel sangue. Al contempo ti "stordisce". E tu pensi: "questo stordimento è il simbolo del benessere; devo continuare". Finché non viene il giorno in cui lo stordimento cessa. E resta solo il veleno. 

I problemi causati dall'alcool sono così gravi in ogni ambito della vita che chi ne abusa per anni, una volta giunto a farci i conti, si trova alle spalle un deserto di macerie. Ma davanti alle macerie deve per forza bloccarsi dal continuare a distruggere, e cominciare a ricostruire quello che si può ricostruire. Anche se per il momento sembra un "nulla"; con l'attesa, anche dal deserto più arido può nascere un fiore.

Ma ancora, anche mentre aspetto questo benedetto fiore che si intrufoli fra le crepe del deserto e spunti alla luce, la bottiglia mi accompagna. Sta lì anche solo come "problema superato": è ciò che avviene con la sindrome dell'arto fantasma. La gamba è stata tagliata. Il dolore alla gamba recisa si sente comunque.

L'alcool non è più un "mio" problema. Ma lo è ancora. 
L'alcool è stato parte di me e quella parte di me doveva essere amputata, e non posso -e non devo- più neppure bere "normalmente". 

Anche se nelle ultime settimane mi è capitato di bere responsabilmente, più come "test di resistenza" che come reale voglia di bere, so che il mio compito è tenermene lontana quanto più possibile, e se possibile sempre; in qualunque momento tutto può tornare al medesimo, orrido, stato di prima.

Quindi sono in un altro tipo di "normalità" che è comunque più "anormale" della "normalità" comunemente intesa: sono qui con la mia angoscia e, dato che ho passato tutti quegli anni a fregarmene della mia salute, dato che ho sviluppato una dipendenza, non c'è più modo di ricorrere a quel tipo di "sollievo" che invece per le persone immuni da questa problematica (o che non intendono guarirne/risolverla... E quelli sono c...i loro...) è sempre accessibile quando se ne ha voglia.